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Li chiamavano “anglobeceri”: inglesi e americani a Firenze tra Otto e Novecento

di A.M.

Erano una comunità numerosa e parlavano un buffo toscano con accento anglosassone tanto che i fiorentini, con la loro tagliente ironia, li avevano soprannominati “anglobeceri“. Avevano scelto di vivere a Firenze, anche se si tenevano un po’ ai margini della vita sociale e politica italiana; frequentavano però caffè letterari, facevano gossip nei salotti delle loro ville, leggevano le riviste straniere presso il Gabinetto Vieusseux, passeggiavano al parco delle Cascine e ammiravano le cappelle affrescate nella basilica di Santa Croce.

In questa consistente colonia angloamericana, si aggiravano anche famosi scrittori e artisti nei quali Firenze lascerà un’impronta indelebile, più o meno evidente nelle loro opere.

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Il Grand Tour alla scoperta dell’Italia

Tutto ha inizio a partire dal XVII secolo con il Grand Tour, quel viaggio di formazione che i giovani e ricchi aristocratici europei intraprendevano nell’Europa continentale per conoscerne l’arte, la storia, la politica. L’Italia, per il suo immenso patrimonio artistico, era una meta privilegiata. In particolare Roma, Napoli e Venezia nel corso del Settecento si affollarono di gentiluomini inglesi, francesi e tedeschi che venivano alla scoperta dell’arte classica.

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Tra di loro numerosi artisti, come i pittori che eternizzavano su tela le splendide vedute con rovine di Roma o i trafficati canali veneziani, e scrittori che documentavano le loro esperienze nei diari di viaggio (Goethe, Chateaubriand, Montesquieu) e romanzi ambientati in questi luoghi (qualche esempio, Roma di Gogol’Graziella di Lamartine, ambientato a Procida).

A partire dall’Ottocento fu però Firenze a suscitare un crescente interesse, una riscoperta iniziata anche grazie al Romanticismo e agli studi di John Ruskin, che esaltava l’arte due-trecentesca di Giotto e Masaccio (vedi anche il suo Mattinate fiorentine). Frotte di angloamericani si riversarono in città, non solo per le sue bellezze artistiche, ma anche perché si poteva vivere nel lusso a minor costo rispetto alla madrepatria, perché il clima mite leniva malattie polmonari come asma e tubercolosi e perché si facevano buoni affari esportando arte e artigianato locali.

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Tra salotti, ville e palazzi

Si creò così negli anni una folta comunità di angloamericani (si diceva che fossero addirittura un terzo della popolazione, sicuramente un dato esagerato ma rende bene l’idea della loro massiccia presenza) che perlopiù si stanziavano nelle ville sui dolci colli intorno alla città: famose sono quelle a Bellosguardo, come la villa di Constance Fenimore Woolson che ospitò Henry James mentre scriveva Il carteggio Aspern, o villa Montauto dove aveva soggiornato Nathaniel Hawthorne, che qui scrisse Il fauno di marmo.

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Spesso non interessati a mescolarsi con la società del luogo, si isolavano nelle loro ville, ritrovandosi a sorseggiare tè nei salotti, tra gli altri, di Violet Trefusis e Vernon Lee (da cui passarono anche Oscar Wilde e Edith Wharton).

David Herbert Lawrence, per esempio, soggiornava a Scandicci, presso Villa Mirenda, dove trasse ispirazione dalla bucolica campagna toscana per L’amante di Lady Chatterley e visto il contenuto estremamente scandaloso per la società inglese dell’epoca, pubblicò per la prima volta il romanzo proprio a Firenze, nel 1928, presso la tipografia Giuntina (leggi tutta la storia qui).

Come non menzionare poi Elizabeth Barrett Browning, che scelse Firenze come città d’elezione dopo un’avventurosa fuga dall’Inghilterra con il marito (sposato in segreto, contro la volontà paterna) e poeta Robert Browning! Arrivata in Italia nel 1846, scelse di vivere a Firenze, nel piano nobile di Casa Guidi, a pochi passi da Palazzo Pitti. Da qui scriveva versi appassionati che sposavano la causa risorgimentale italiana, come Casa Guidi Windows, e qui riceveva intellettuali e artisti dell’epoca. Oggi questo elegante appartamento è uno splendido museo letterario che vale la pena di visitare (leggi l’articolo dedicato qui).

Casa Guidi, di George Mignaty, olio su tela, 1861

Altri angloamericani hanno poi donato le proprie collezioni d’arte alla città (vedi il Museo Horne e il Museo Stibbert), altri l’hanno immortalata nelle proprie opere, come Edward Morgan Forster con Camera con vista, alcuni hanno scelto di rimanerci per sempre, anche dopo la morte, nel Cimitero degli inglesi, in piazzale Donatello (è il caso della già menzionata Elizabeth Barrett Browning).

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Via de’ Tornabuoni

Cuore della vita cittadina era l’elegante via de’ Tornabuoni, ricca di palazzi nobiliari, esempi architettonici tardorinascimentali come Palazzo Bartolini Salimbeni, che aveva ospitato Hermann Melville, e Palazzo Buondelmonti dove nel Seicento soggiornò più volte Ludovico Ariosto e in seguito fu dimora di Gian Pietro Vieusseux che nel 1819 vi aprì il famoso Gabinetto scientifico letterario Vieusseux (ubicato oggi a Palazzo Strozzi).

La via, oggi svuotata d’anima dalle asettiche e respingenti vetrine dei marchi del lusso, all’epoca invece pullulava di vita: uno dei punti di ritrovo era il Caffè Doney (chiuso purtroppo nel 1986), frequentato da aristocratici, ricchi borghesi e, durante il periodo di Firenze capitale, da funzionari statali e politici, ma anche la libreria Seeber (oggi chiusa), fondata nel 1865 dalla famiglia Loescher, dove nel primo Novecento si aggiravano tra gli scaffali i poeti che furono della stagione ermetica (Montale, Luzi, Quasimodo) o il Caffè Casoni (in seguito Giacosa, oggi – ma guarda un po’ – chiuso), dove il conte Camillo Negroni si fece preparare un Americano con l’aggiunta di gin, inventando così il famoso cocktail Negroni.

Via de’ Tornabuoni, foto di Michelle Maria da Pixabay

Non solo angloamericani…

Abbiamo parlato soprattutto della comunità angloamericana, che era quella più numerosa, ma non vanno dimenticati gli altri stranieri, francesi, tedeschi, russi, che resero la Firenze tra Otto e Novecento una città cosmopolita. Nominarli tutti è un’impresa quasi impossibile. Tra di loro, Fedor Dostoevskij che a Firenze scrisse L’idiota (una targa lo ricorda in piazza Pitti), Stendhal (che nella basilica di Santa Croce ebbe un attacco della famosa sindrome provocata dalla bellezza sfolgorante dell’arte), Alphonse de Lamartine che visse dapprima in via dei Serragli (dove si trova una targa) e poi in via Faenza, Anatole France ospite alla villa di Violet Trefusis (scrisse poi Il giglio rosso ambientato in parte a Firenze), i polacchi Juliusz Slowacki (targa in via della Scala), Stefan Zeromski (targa in piazza d’Azeglio) e Wladysław Reymont, premio Nobel per la letteratura nel 1924 (anche per lui targa in piazza d’Azeglio), Rainer Maria Rilke che soggiornò in un appartamento sul lungarno Serristori… insomma, se volete continuare, qui troverete un elenco più esaustivo dei luoghi letterari di Firenze.

Targa in piazza Pitti ©turismoletterario.com

 

Consigli di lettura

Camera con vista, Edward Morgan Forster
Il giglio rosso, Anatole France
In villa, William Somerset Maugham

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