Ernest Hemingway, Petrarca, Mark Twain, Charles Dickens, T.S. Eliot, Charles Bukowski, Edgar Allan Poe, Colette, Elsa Morante, Doris Lessing, Stephen King, Ray Bradbury, Natsume Sōseki sono solo alcuni dei nomi di famosi scrittori che amavano circondarsi di gatti e farsi immortalare insieme a loro in fotografie poi passate alla storia. E talvolta proprio questi incredibili felini, a volte dolci e affettuosi, altre volte astuti e un po’ indifferenti, hanno ispirato le opere dei loro amici umani. A questo proposito, ecco alcuni luoghi che testimoniano il forte legame tra gatti e scrittori.

Ernest Hemingway e il gatto portafortuna con sei dita

È risaputo che Ernest Hemingway fosse un grande amante dei felini. Li adorava da bambino, e se ne circondò anche da adulto in molti dei luoghi in cui visse. Per esempio, quando viveva a La Finca Vigia, a Cuba, ne aveva ben undici!1 In riferimento a questo periodo, in una lettera alla prima moglie Hadley, nel 1943, scrisse:

Un gatto tira l’altro… Il posto è così dannatamente grande che non sembra che ci siano molti gatti finché non li vedi tutti muoversi come una migrazione di massa al momento del pasto. 2

Tra i suoi preferiti potrebbe esserci stato un gatto bianco adottato quando si trovava a Key West, in Florida. Un felino speciale che aveva sei dita. Sembra che gli fu regalato nel 19313 da Stanley Dexter, capitano di una nave, il quale riteneva che questa insolita anomalia portasse fortuna. Il gatto era chiaramente affetto da polidattilia, una malattia congenita che gli aveva fatto spuntare un numero di dita superiore al normale. Hemingway lo chiamò Snowball (Palla di neve) e lo allevò con cura nella sua casa di Key West, in Florida, dove poi il micio si è riprodotto dando vita a una colonia felina di gatti speciali come lui. Ancora oggi buona parte dei gatti che gironzolano intorno alla casa museo dello scrittore sono polidattili.

Indirizzo: Ernest Hemingway Home and Museum, 907 Whitehead Street, Key West, Florida; sito web

Un gatto polidattile nell'Ernest Hemingway Home and Museum, a Key West, in Florida
Un gatto nella casa museo di Hemingway a Key West ©hemingwayhome.com

Adorata e imbalsamata: la gatta di Petrarca

Ritiratosi a vivere nella quiete di Arquà nel 13704, qui Petrarca trascorse gli ultimi anni della sua vita. Sebbene amante della tranquillità e della solitudine, un giorno giunse a tenergli compagnia una gattina per la quale il poeta arrivò addirittura a provare un affetto così profondo da paragonarlo all’amore per la Laura resa immortale dai suoi versi. Così almeno scrisse in quella che sembra essere la sua ultima testimonianza scritta, una lettera indirizzata a Boccaccio e datata 8 luglio 1374 che gira nel web (ma di cui non ho trovato una fonte attendibile certa):

Laura, l’amore della mia vita, della cui bellezza non hai mai potuto godere, e che la peste mi ha portato via già da un’eternità ad Avignone, ancora adesso dopo molto tempo dalla sua morte è la regina incontrastata del mio cuore. Eppure un giorno, ormai quasi due estati fa, una gatta è entrata a far parte della mia vita insidiandone il primato. Da allora, questi due esseri si contendono lo scettro del mio cuore combattendo una lunga lotta travagliata, che ancora non ha un vincitore, sul campo di battaglia dei miei pensieri e sentimenti.

E poi prosegue con la descrizione della gattina:

La gatta ha macchie di tre colori diversi, come pochi in questa zona, zampe lunghe e un carattere dolce. Il suo mantello è morbido come la più raffinata delle sete, ma sono gli occhi quel che la rende speciale. E che la contraddistingue da tutte le altre creature della sua specie. Il suo occhio sinistro è verde brillante come un lago di montagna, l’altro è del misterioso colore dell’ambra luccicante. È entrata nella mia casa e nel mio cuore un bel giorno d’estate mentre stavo completando la mia raccolta di vite De viris illustribus.

Che questa lettera provenga da una fonte autorevole o meno (chi ha notizie, si faccia avanti, grazie!), non si può negare l’amore del poeta per la sua gatta. Questo, infatti, è testimoniato anche da un affresco, nella Sala dei Giganti di Palazzo Liviano, a Padova, in cui la gattina è raffigurata accucciata ai piedi della scrivania del poeta. Questo è l’unico affresco della stanza risalente al Trecento: il committente Francesco I da Carrara, signore di Padova, chiese la consulenza di Petrarca per scegliere i soggetti, ma nel Cinquecento furono sostituiti da un nuovo ciclo (tranne il lacerto che raffigura il poeta), quello che è visibile oggi.

Affresco raffigurante Francesco Petrarca nella Sala dei Giganti di Palazzo Liviano a Padova

Ma tornando ad Arquà Petrarca, in una teca nella casa museo del poeta è conservata a imperitura memoria proprio la famosa gatta… imbalsamata! Ma attenzione: anche se in passato si vociferava fosse la vera gatta del poeta, in realtà fu una trovata di uno dei proprietari della casa, Girolamo Gabrielli, che fece realizzare nel Seicento. Sotto la teca c’è un’ode scritta in latino da Antonio Querenghi5 in onore della micia che inizia così:

Il poeta toscano arse di un duplice amore:
io ero la sua fiamma maggiore, Laura la seconda.

Indirizzo: Casa del Petrarca, via Valleselle 4, Arquà Petrarca (Padova); sito web

Leggi anche: Arquà e i Colli Euganei: sulle tracce di Francesco Petrarca

La teca con la gatta imbalsamata nella Casa del Petrarca ad Arquà Petrarca

Edgar Allan Poe e i felini del Poe Museum a Richmond

Se c’è un animale che associamo a Edgar Allan Poe, quello è il corvo, che nella celebre poesia The Raven assurge a simbolo della poetica dello scrittore. Ed è proprio un corvo che si artiglia alla statua di Poe a Boston, all’incrocio fra Boylston Street e Charles Street South. Eppure, fu tutt’altro animale a ricevere l’affetto e le attenzioni del tormentato scrittore: una gatta tartarugata dal nome Cattarina (con due “t”).

Cattarina fu adottata nel 1839 mentre Poe viveva con la cugina/moglie Virginia e la zia/suocera Muddy a Philadelphia, in Coates Street.6 La gatta era tenuta in così alta considerazione che quando Poe si trovava in viaggio era solito indirizzare le lettere anche a lei. E sebbene appaia dubbio l’aneddoto secondo il quale la gatta era solita sedersi sulle spalle dello scrittore mentre era impegnato a scrivere,7 con ogni probabilità invece Cattarina fu di sollievo a Virginia, allettata per la tisi nei suoi ultimi giorni di vita: accucciata sopra di lei, la gatta ne fu l’unica fonte di calore assieme al cappotto dello scrittore usato a mo’ di coperta date le condizioni di estrema miseria della famiglia. Due anni dopo, nel 1849, anche Poe morì, peraltro in circostanze misteriose. E la sua gatta non gli sopravvisse che di poche settimane.

I gatti sono menzionati in numerose storie di Edgar Allan Poe, ma la più celebre è sicuramente Il gatto nero, dove il felino diventa protagonista. Il racconto narra la discesa morale di uomo inizialmente rispettabile, poi sempre più avviluppato in un gorgo di follia che lo porta a compiere atti inconsulti e violenti fino alla tragedia finale. Nella storia di gatti ce ne sono invero due: Plutone, ucciso in un raptus del narratore, e il suo sostituto, senza nome ma molto somigliante, determinante nell’epilogo.

Così ci spostiamo a Richmond, in Virginia, la città natale di Edgar Allan Poe. Qui si trova il Poe Museum, allestito sin dal 1922 nella Old Stone House, il più antico edificio residenziale rimasto in città. Sul retro si annida un “giardino incantato” (Enchanted Garden) con una loggetta, ossia un piccolo santuario dedicato allo scrittore: in questo luogo intimo e sospeso nel tempo, dal 2013 sono di pattuglia due guardiani d’eccezione, Edgar e Pluto, una coppia di splendidi felini neri come la pece che sembrano sbucati fuori dalle inquietanti pagine del racconto di cui sopra.

Indirizzo: The Poe Museum, 1914 East Main Street, Richmond, Virginia (Usa); sito web

I gatti Edgar e Pluto nel Poe Museum di Richmond © pagina Instagram edgarandpluto

Samuel Johnson e quel ghiottone di Hodge

In una piazzetta di Londra non distante da Fleet Street, spunta la statua di un gatto sopra un dizionario con un’ostrica alle sue zampe. Si chiama Hodge ed era un felino viziatissimo perché il suo padrone, il celebre lessicografo Samuel Johnson, pur essendo molto impegnato, andava a comprargli personalmente le ostriche per sfamarlo. James Boswell, biografo e amico di Johnson, scrisse:

Io non dimenticherò mai l’indulgenza con cui trattava Hodge, il suo gatto: per il quale egli stesso andava a comprare le ostriche, per timore che il personale di servizio seccato per quell’incombenza se la prendesse poi con quella povera bestiola.

Trovare il tempo per comprare le ostriche a Hodge non era cosa da poco per il suo padrone, impegnato com’era alla stesura del più autorevole dizionario nella storia della lingua inglese, il Dictionary of the English Language (1755) che fino al completamento dell’Oxford English Dictionary (1884), era considerato il dizionario standard per l’inglese.

Johnson proveniva da una famiglia di modeste condizioni ed era figlio di un libraio dello Staffordshire. Aveva iniziato a studiare a Oxford, ma per mancanza di soldi fu costretto ad abbandonare gli studi. Andò a Londra, povero in canna, e iniziò a lavorare per una rivista. Poi, dopo la pubblicazione di alcune opere, gli fu affidato l’incarico di compilare un dizionario della lingua inglese per 1500 ghinee (intorno alle 260.000 sterline odierne!) che concluse in 9 anni. 40.000 termini, oltre 114.000 citazioni, qualche tocco di umorismo nelle definizioni: quest’opera monumentale fu di grande importanza non solo per la completezza, ma anche perché sul suo metodo di compilazione si sono basati i dizionari successivi. Ad alleggerirgli l’animo dal peso del lavoro c’era probabilmente il suo amico felino Hodge, a cui è stata tributata una statua davanti alla casa di Johnson, al N. 17 di Gough Square, dove lo scrittore abitò dal 1748 al 1759 e che dal 1914 è adibita a museo.

Indirizzo: Dr Johnson’s House, 17 Gough Square, Londra; sito web

Statua di Hodge in Gough Square a Londra © turismoletterario.com

Testardo e pure ironico: il gatto di Natsume Sōseki

Natsume Sōseki è uno degli scrittori più importanti della letteratura giapponese. Il suo primo romanzo, Io sono un gatto, fu pubblicato nel 1905. A narrare la storia è un gatto che un giorno si stanzia in casa di Kushami sensei (“prof. Starnuto”) iniziando a raccontare con sguardo arguto e ironico i bislacchi comportamenti degli esseri umani, soprattutto del suo padrone e degli eccentrici intellettuali che vengono a fargli visita, dietro i quali si celano proprio Sōseki e i suoi amici. Attraverso il gatto lo scrittore fa infatti un’autocaricatura di sé e delle discussioni che animavano gli intellettuali nel periodo Meiji.

Curiosamente, il romanzo ha molti elementi autobiografici. Nell’estate del 1904 un gatto affamato e testardo prese a intrufolarsi nella casa di Sōseki. Lo scrittore iniziò a dargli da mangiare e il felino, come prevedibile, si sentì ufficialmente adottato. Quando tempo dopo a Sōseki fu chiesta un’opera da pubblicare a puntate sulla rivista Hototogisu, l’ispirazione se la trovo proprio sotto il naso e il gatto divenne il protagonista del suo primo acclamato romanzo, Io sono un gatto.

Come il Gatto di Colazione da Tiffany, anche al nostro felino non fu mai dato un nome, ma l’affetto del suo padrone era innegabile: Sōseki infatti lo portò con sé quando traslocò in un’altra zona della città e oggi nella sua casa museo a Tokyo (di cui parlo qui) c’è ancora la stele che ricorda il luogo di sepoltura del micio.

Indirizzo: Sōseki Sanbo Memorial Museum,  7 Wasedaminami-chō, Shinjuku, Tokyo; sito web

L’esterno del Sōseki Sanbo Memorial Museum a Tokyo

Fonti:

  1. Carlene Fredericka Brennen, Hemingway’s Cats: An Illustrated Biography (Pineapple Press, 2006)  ↩︎
  2. Ernest Hemingway, Selected Letters 1917-1961 (Simon and Schuster, 2003), p. 555 ↩︎
  3. Carlene Fredericka Brennen, Hemingway’s Cats: An Illustrated Biography (Pineapple Press, 2006)  ↩︎
  4. Guida dei luoghi letterari nei Colli Euganei, Touring Club Italiano (Milano, 2004), p. 28 ↩︎
  5. Guida dei luoghi letterari nei Colli Euganei, Touring Club Italiano (Milano, 2004), p. 32 ↩︎
  6. Miriam Weiss, “Poe’s Catterina, The Mississippi Quarterly 19, no. 1 (1965), pp. 29–33. ↩︎
  7. Edward Wagenknecht, Edgar Allen Poe: The Man Behind the Legend (New York, 1963), p. 64. ↩︎