Dicesi “florilegio” una raccolta di brani scelti. Deriva dal latino florilegium, composto da flos “fiore” e da legĕre “scegliere”, suggerendo la metafora del mazzo di fiori per indicare un’insieme di opere di artisti. Data la sfera semantica, non potrebbe esserci sostantivo più calzante per definire questa antologia di testi sui giardini della letteratura italiana.  

La felicità è nel giardino. Una guida letteraria di Guido Davico Bonino (Il Saggiatore, 2024) include prosatori e poeti dal Duecento al primo Novecento, passando per autori più famosi e recuperando altri meno noti. Si va da Pietro de’ Crescenzi (1230-1325) a Giovanni Boine (1887-1917) toccando i capisaldi del canone letterario italiano: Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto fino a Leopardi, D’Annunzio, Pirandello e Svevo.

A fare da cappello, un brano della Genesi che evoca il giardino dell’Eden: un racconto fondatore della nostra cultura da cui deriva la concezione primordiale di giardino. Di questo si mantengono tracce in svariati testi letterari selezionati; evidente è l’influenza che ha avuto anche in molti scrittori di questa antologia, su tutti il giardino del Paradiso terrestre reso da Dante nel XXVIII canto del Purgatorio.

Sfogliando le pagine di questa raccolta si delinea un percorso che innesta botanica e letteratura, una sorta di passeggiata tra giardini immaginari e giardini reali. Nei primi rientrano l’Eden, evocato tra gli altri da Dante e Ariosto, e l’Arcadia di Sannazaro; nei secondi gli orti del soggiorno petrarchesco a Vaucluse, il celebre giardino di Hackfall descritto dal viaggiatore Carlo Gastone Rezzonico o i giardini inglesi diligentemente osservati da Ippolito Pindemonte durante i suoi viaggi.

C’è anche una terra di mezzo: quei giardini reali ma restituiti probabilmente con una dose d’immaginazione sfruttando il vantaggio della lontananza e dell’esotismo, raccontatici per esempio dagli esploratori Marco Polo (il giardino paradisiaco del Veglio della Montagna ossia il persiano al-Hasan ibn as-Sabbah) e Tommaso Alberti (i giardini del sultano Osman a Costantinopoli).

Il giardino è un rifugio: stimola spunti di riflessione sulla giovinezza (Lorenzo il Magnifico), veicola messaggi pregni di morale (Gasparo Gozzi), esemplifica l’ordine e l’armonia del mondo (Leon Battista Alberti). Ma è curioso notare come, da un certo momento in poi, alle soglie del Romanticismo, il giardino diventa specchio dell’animo umano. La natura addomesticata fa da sfondo al fluire spontaneo dei sentimenti. È il caso per esempio del parco che culla gli struggimenti amorosi di Jacopo Ortis, caratterizzato dall’immagine di un gelso frondoso dove fanno il nido i cardellini.

E saliva su per la collina, ed io la seguitava. Le mie potenze erano tutte di Teresa; ma la tempesta che le aveva agitate era alquanto sedata. — Tutto è amore, diss’io; l’universo non è che amore! […] La salita l’aveva stancata: riposiamo, diss’ella: l’erba era umida, ed io le additai un gelso poco lontano. Il più bel gelso che mai. È alto, solitario, frondoso: fra’ suoi rami v’ha un nido di cardellini. Ah vorrei poter innalzare sotto l’ombre di quel gelso un altare!

Ultime lettere di Jacopo Ortis, Ugo Foscolo

E a proposito di gelsi, è interessante anche far caso a quali specie di fiori e piante vengono menzionate in modo ricorrente: rose, acacie, carrubi, eucalipti, agavi, pini, viti, gelsomini… Una carrellata di fiori e piante tipici della nostra flora, in cui – non c’è da stupirsene – predominano gli agrumi: aranci, limoni e cedri… che c’è d’altronde di più tipicamente mediterraneo?

… il ficus repens che vestiva le muraglie verso il lago, i due aranci nel mezzo dei due ripiani, un vigoroso, lucido carrubo rivelavano un temperamento freddoloso, una fantasia volta sempre a mezzogiorno, insensibile al fascino del Nord…

Piccolo mondo antico, Antonio Fogazzaro

Il giardino – questo piccolo Eden in miniatura – ci insegna che la bellezza del mondo è alla nostra portata purché sappiamo riconoscerla. Ci riempie di colori gli occhi, ci inebria con i suoi profumi e ci rasserena l’animo. È il luogo ameno per eccellenza.

Ma non per tutti. Non per il poeta che associamo (a torto o a ragione?) alla quintessenza del pessimismo. Giacomo Leopardi paragona il giardino – con una certa dose d’originalità, senza dubbio – a un vasto ospedale in cui vivono piante sofferenti, fiori succhiati crudelmente dalle api, un albero infestato da un formicaio, un altro “da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare”, e piante che patiscono il clima, la posizione, la troppa ombra o la troppa luce. Insomma:

se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.

Zibaldone, Giacomo Leopardi

Quindi il giardino diventa specchio dell’animo angustiato di chi lo guarda e questa visione leopardiana del giardino ce lo conferma. La sofferenza che Leopardi rappresenta non è poi dissimile da quella espressa dal poeta Dino Campana nella poesia Giardino autunnale.

È una poesia di cui tra l’altro avevo già parlato nella mia guida letteraria Firenze di carta (Il Palindromo, 2021): il “giardino autunnale” in questione infatti è una trasfigurazione dei giardini di Boboli, a Firenze, il parco monumentale che sorge sul retro di Palazzo Pitti.  

Al giardino spettrale al lauro muto
De le verdi ghirlande
A la terra autunnale
Un ultimo saluto!

Il giardino qui diventa una visione cupa, completamente opposta alla classica raffigurazione amena e soave. Campana in questo periodo della sua vita è divorato dal senso di emarginazione e si sente un reietto della società. Attraverso questa lente distorta vede e sente il giardino che lo circonda e ciò lo porta a insistere sulla sfera semantica della desolazione e del dolore: il “giardino spettrale”, le “aride pendici”, la fanfara “che straziante sale” e il “morente sole” che “insanguina” le aiuole sono tutti affioramenti di un aggrumato tormento interiore.

L’edizione

Il libro, originariamente pubblicato nel 2017 per le edizioni Archinto, è impreziosito qua e là da tavole di botanica tratte da La plante et ses applications ornementales (1896) di Eugène Grasset.

C’è solo una nota, meno favorevole, che tuttavia non si può più ignorare. Sono tutti scrittori maschi. Urge ancora una volta la necessità di sforzarsi a ripensare il canone e restituire giusta considerazione alle scrittrici. Ce ne sono, e non sono da meno.

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