Sebastiano Vassalli e la “bassa”. La festa della Beata Panacea

di Denise Nobili

Una tra le caratteristiche più affascinanti de La chimera di Sebastiano Vassalli è che riesce a descrivere il presente attraverso il passato. Pur essendo ambientato in un paesino alle porte di Novara nel Seicento, ogni pagina del romanzo è colma dei sapori e della tradizione ancora presenti oggi nella zona.

Vassalli è lo scrittore della bassa, il Basso Novarese: una zona a sud della provincia di Novara, che in un certo senso comprende i territori e i paesi confinanti spingendosi fino a certe zone più rurali di Pavia e di Vercelli. E tutti i romanzi dello scrittore portano con sé certi paesaggi ben noti a chi in questa zona c’è cresciuto o ci vive: le risaie sconfinate, la maestosità del Monte Rosa che si erge sulla pianura, i papaveri rossi lungo i fossi in primavera, la nebbia e l’umidità che anche in certe notti d’estate scende a riempire i campi.

Ma le sue storie sono anche storie di professioni e mestieri dimenticati, dai cercatori d’oro alle mondine, dai risaroli ai pitùr di edicole votive. Voci del passato che in queste terre ancora si sentono e si celebrano, con questa lingua dialettale che non è piemontese ma non è ancora lombardo, una lingua a metà, una lingua che riempie i suoi testi come lingua della nostalgia.

Insomma, La chimera è un gioiellino almeno per questo amore sconfinato nei confronti di una terra, quella dell’infanzia di Sebastiano. Un amore tanto più reso forte quando i genitori l’hanno portato via da lì, facendolo trasferire in città: Vassalli ha vissuto la separazione come quella dalla gonna di una madre, che ha finito per mitizzare e per portare in tutti i suoi libri.

La Beata Panacea

Per capire come ciò di cui parla Vassalli sia ancora vivo oggi nella bassa, ha senso guardare a un capitolo specifico della Chimera: “La Beata Panacea”. Sono alcune pagine in cui l’autore ci parla di un giorno di celebrazione religiosa da parte della comunità contadina del posto, in occasione della festività di una Beata locale. Ce ne racconta la storia, attraverso le parole del vescovo Bascapè pronunciate dal pulpito della santa messa. Dice Vassalli che la storia della Beata Panacea “è la storia di una disgraziata pastorella nata nel 1368 in un villaggio della collina novarese, e morta in tenera età; la prima disgrazia della sua vita – tutta tragica! – era stata probabilmente quel nome: Panacea, che i genitori scriteriati le avevano imposto; ma poi ne erano venute molte altre, una peggio dell’altra”.

I contadini accorsi a celebrare una reliquia della Beata esclamano più volte in coro “Evviva la Beata Panacea”, e questo è un bell’esempio di come ciò che racconta Vassalli nel suo romanzo storico sia ancora valido oggi. La Beata Panacea viene ancora festeggiata ed è una festa molto sentita a Quarona, paese di cui era originaria la beata, e a Ghemme, paese in provincia di Novara dove ne sono conservati i resti, ma anche nei paesi circostanti. Ci sono giorni interi di festeggiamenti in cui la comunità si mobilita.

Nella Chimera questo capitolo funge un po’ come una sotto parentesi storica, come in un gioco di scatole cinesi. Il lettore moderno legge di questi contadini del Seicento che a loro volta ascoltano dalle parole del vescovo la storia di una ragazza vissuta tre secoli prima. Una scelta certo non casuale, quanto molto simbolica: siamo all’incirca a metà romanzo quando Vassalli inserisce la vita e il martirio di Panacea, prefigurando e in qualche modo alludendo all’esito che toccherà anche ad Antonia, la protagonista del romanzo, accusata di essere una stria.

Raccontando la vita della beata, Vassalli fa riferimento alla “tradizione costante delle due popolazioni, di Quarona e di Ghemme”. La storia che ci racconta Vassalli è coincidente con quella della tradizione agiografica: Panacea è una giovane ragazza nata nel 1368 a Ghemme, ma vissuta a Quarona dopo la morte della madre, dove si trasferì col padre dopo il suo matrimonio con un’altra donna. La figliastra passava le sue giornate a pregare e questo faceva infuriare la matrigna, che la maltrattava gravandola continuamente di lavori. Il culmine arrivò una notte in cui la ragazza si fermò a pregare, lasciando che il gregge che accompagnava tornasse da solo all’ovile. Vedendo quel prodigio, infuriata la matrigna la colpì con la rocca che usava per filare.

Dopo il gesto violento, la donna si buttò in un burrone in preda al rimorso. L’eccezionalità di Panacea si mostrò subito dopo la morte: le campane della chiesa iniziarono a suonare spontaneamente facendo accorrere tutta la comunità, eppure nessuno era in grado di sollevare il corpo della ragazza. Fu necessario l’intervento del Vescovo, che in nome di Dio permise al corpo di essere trasportato da dei buoi. E subito avvenne un ultimo miracolo: gli animali, guidati dallo spirito della Beata virarono strada fino a tornare a Ghemme, paese natio, dove fu sepolta di fianco all’amata madre.

Il culto per la beata iniziò già alla fine del XIV secolo e arriva sia ai protagonisti del romanzo storico di Vassalli sia ai giorni nostri. Oggi si festeggia il primo venerdì di maggio, a partire da una processione in cui gli abitanti dei due paesi di Quarona e di Ghemme si incontrano al santuario della Beata, dove i due arcipreti si scambiano simbolicamente le croci in segno di vicinanza spirituale tra le due diocesi.

Le cerimonie sacre nei secoli si sono arricchite di nuovi festeggiamenti profani, che oggi partono già il 25 aprile, insieme alla famosa Mostra Mercato del Vino (inaugurata nel 1970). La comunità in festa vive quei giorni anche in un clima di esaltazione dei prodotti locali: la mostra viene ospitata dal Cortiletto della Barciocca con degustazioni dei vini delle colline novaresi e altre specialità gastronomiche del territorio.

I biscotti: le beatine

Legato a questa tradizione c’è un dolce tipico che viene preparato in questi giorni: le Beatine di Ghemme. Si tratta di biscotti, come uno strato molto sottile di pan di spagna, molto semplici da preparare ma caratteristici per la loro forma: raffigurano la beata intenta a pregare e sul suo capo compaiono tre fusi, simbolo del martirio. I dolcetti locali sono legati alla lunga tradizione pasticcera della famiglia Giamminola: è stata Giuliana Giamminola, scomparsa da pochi mesi, a inventar le Beatine, nel 1972. Un successo improvviso: dopo aver venduto in poche ore le prime sfornate di 250 biscotti, la pasticceria aveva dovuto aumentare la produzione a migliaia di biscotti per poter accontentare la richiesta enorme. E nel giro di pochi anni il biscotto diventò un prodotto locale imitato da altre pasticcerie, ma anche dalle mani esperte delle mamme e nonne ghemmesi.

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