Leggere prima di partire per… Marsiglia. “Le tre del mattino” di Gianrico Carofiglio

di Alessandra Chiappori

Forse non tutti sanno che Marsiglia, negli anni Ottanta, vantava uno dei centri medici più avanzati per la cura dell’epilessia. E forse non tutti lo sanno perché l’epilessia all’epoca era ancora il male senza nome, malattia oscura di cui non parlare. Malattia di cui soffre Antonio, il ragazzino protagonista del romanzo di Gianrico Carofiglio Le tre del mattino. Ecco perché i genitori decidono di farlo curare nella città francese, ed ecco perché, dopo una diagnosi e passati diversi anni, Antonio ritorna a Marsiglia con il padre, per il controllo definitivo che decreterà la sua guarigione. Ma non basta una visita, il professor Henri Gastaud propone quella che oggi è una pratica medica vietata, la prova da scatenamento: Antonio dovrà restare sveglio senza mai dormire per due notti di fila, il terzo giorno il luminare decreterà il verdetto. Si apre così uno spazio non progettato, una vacanza improvvisata di un padre e un figlio di genitori divorziati, poco avvezzi al dialogo e alle confidenze. Il tutto, in una città il cui nome basta a evocare pericolo, vicoli bui, e soglie. Proprio il confine rappresenta infatti in questa storia il simbolo di una crescita e di un passaggio: tra una faccia e l’altra della città, turistica ma anche malfamata, tra due età, l’infanzia e l’adolescenza, e tra due persone che, pur essendo padre e figlio, non si conoscevano.

Mio padre e io non parlavamo, ma l’uno poteva percepire il disagio crescente dell’altro. Era buio, ormai, e le vie comunicavano nell’insieme un senso d’ignoto e di pericolo. Avrei voluto dire che forse era meglio tornare indietro, ma l’idea mi metteva in difficoltà; non trovavo le parole, come se mio padre potesse offendersi, potesse pensare che lo consideravo non idoneo a gestire un’eventuale situazione di emergenza.

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Nel cuore meticcio della città

La scoperta di Marsiglia, uno dei porti più trafficati del Mediterraneo, inizia dalla via più famosa della città, La Canebière, che collega il quartiere borghese di Réformés al Vieux Port. La prima impressione dei personaggi è di trovarsi in una città europea come tante, dove sentirsi a proprio agio. Ma è un’impressione parziale. Verso il porto Marsiglia si trasforma infatti in una metropoli nordafricana, dove prostitute e magnaccia presidiano angoli, i passanti sono tutti magrebini, le botteghe sono bazar dall’aspetto esotico che emanano odore di spezie, dai ristoranti arriva l’acre del fritto e i caffè hanno un aspetto equivoco.

Il senso di pericolo costante che caratterizza questa storia, e che la ammanta di suspense come se dovesse accadere qualcosa da un momento all’altro, deriva proprio dall’identità del luogo. C’è come un fiuto del pericolo che potrebbe incorrere, di qualcosa che in effetti accadrà nell’incontro di Antonio con il padre, con il quale durante il soggiorno marsigliese aprire una nuova via di comunicazione fatta di reciproco scoprirsi e raccontarsi impacciato, oppure sollevato e alleggerito dall’ironia e dalla piacevolezza della situazione, dal senso di evasione gratuita e inaspettata che il viaggio, rivelatosi differente da quanto pronosticato, regala ai due.

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Tra bouillabaisse e sapori del Mahgreb

Duplice la faccia della città, duplice l’esperienza che scioglie l’ansia del pericolo in una cena al Vieux Port a base di zuppa di pesce, la bouillabaisse, gustata con vista speciale sugli alberi delle barche. Allo stesso modo, da turisti stranieri in un territorio nuovo e con proprie regole, dopo due notti insonni i due sciolgono le riserve e si immergono nel cuore della città.

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Il fulcro della storia ha come sfondo un appartamento multietnico del Panier, il quartiere più antico di Marsiglia, attiguo al porto e per questo, in passato e negli anni Ottanta del romanzo, malfamato e pericoloso. Come da sconosciuti padre e figlio si sono addentrati in territori nuovi della loro relazione, così camminando per le strade della città hanno varcato il confine di territori inospitali, tra ombre, scoperte, e ribaltamenti di una città che sembra non dormire mai. Saliti fino a rue du Refuge, i due entrano in un palazzo anni Venti alla festa di una ragazza conosciuta al mare nel pomeriggio: si mangia cucina magrebina e gli invitati sono una popolazione ambigua che, tra fumo, alcol e assenza di sonno, contribuisce a rendere la situazione, per Antonio, ancora più onirica, sul confine esatto tra un prima e un dopo.

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Marsiglia all night long

In effetti attraversando il confine – Quai du Port – che separava il porto dalla città vecchia, dove ancora non eravamo stati, si percepiva qualcosa di diverso, come una sensazione di essere osservati e, al tempo stesso, un livello diverso di immedesimazione con la città e i suoi anfratti meno accessibili.

Ma c’è anche un’altra porta da oltrepassare, con la sua chiave di lettura di una realtà rimasta fino a poco prima sconosciuta. Come tutte le scoperte intime, delicate e al contempo formative e uniche, è nascosta nella notte. E se è la notte di un quartiere periferico di una città come Marsiglia, la sua colonna sonora non può che essere il jazz, musica dell’impalpabile improvvisazione, febbre dell’anima nascosta della città e di una fetta dei suoi abitanti.
Insieme alla matematica, il jazz è l’altro tema che segna il ritmo e il passo di questa storia, tra scoperte, cambiamenti, e un dialogo ritrovato tra Antonio e il padre. Se la matematica segna insieme esattezza e imprevedibilità, con le sue soluzioni talvolta inaspettate, il jazz è il passo sospeso della notte. Ombre, confini e paure si superano all’En Fusion, un club segnalato solo da un neon in una strada oscura, equivoca come la notte che vede Antonio scoprire la passione del padre, pianista e matematico, per il jazz. E così davanti a due perroquet con pastis e sciroppo di menta verde, il ragazzo assiste all’esecuzione di So What di Miles Davis a cui partecipa anche il padre. È notte fonda, il sonno non è permesso e nei bassifondi di Marsiglia si perde ogni percorso stabilito, sfuma ogni confine.

©”Vieux-Port de Marseille” di Milena (mica2605), su Flickr – https://flic.kr/p/ngyFsF

La spiaggia delle Calanques

Chi l’avrebbe mai detto che a Marsiglia ci fossero dei posti così belli. Praticamente in città, – disse mio padre dopo una mezz’ora di navigazione, osservando le falesie bianche e ocra che precipitavano in mare con pendenze vertiginose.
Tutta la magia di un viaggio inaspettato tra padre e figlio si riaccende con la luce del sole. Il tempo va fatto passare, quale migliore modo se non fare i turisti? Così i due si recano prima a Notre-dame-de-la-garde, la chiesa neoromanica in alto sulla città, per poi riscendere al mare pronti all’imbarco in battello per le Calanques. Oggi parco nazionale, l’area protetta delle Calanques si trova a poca distanza da Marsiglia, affacciata come la città sull’arcipelago delle Frioul, isole tra cui non può non spiccare If, sede del famoso castello che nella fantasia di Dumas fu luogo di detenzione di Edmond Dantès, Conte di Montecristo. Anche Antonio nota il richiamo letterario, dice infatti:

Nel mio modo vorace e distratto di leggere non mi ero però mai soffermato sul fatto che il romanzo fosse ambientato in parte a Marsiglia, cioè il luogo reale nel quale in quel momento mi trovavo fisicamente. Provai una sensazione esilarante, come se di punto in bianco mi avessero dato l’opportunità di visitare Smallville, o Topolinia, o Gotham City.

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Rocce che scivolano in mare in spettacolari falesie naturali circondate da un Mediterraneo limpidissimo, le Calanques dilavano in acqua per centinaia di metri dando vita a un panorama straordinario che, nella realtà come nella finzione romanzesca, non smette di affascinare chi le visita. È in una caletta di questo parco che Antonio e il padre decidono di godersi una giornata di sole e spiaggia, che si concluderà con la conoscenza di due ragazze che li inviteranno alla festa nel Panier. Si trovano nella Calanque de Morgiou, più grande delle altre e dotata di un porticciolo dove attraccare e di un villaggio di pescatori. Nonostante il paesaggio da macchia mediterranea, però, siamo ancora a Marsiglia, nono arrondissement. Magie di una costa unica in tutta Europa.

Libri nei libri

Antonio, ragazzino, non smette di leggere e di citare volumi che lo accompagnano nel viaggio divenuto vacanza improvvisata e inaspettata occasione formativa. Ci sono per esempio il Salinger poco noto di Franny e Zooey, ma anche il manifesto letterario dell’Italia anni Ottanta, Il nome della rosa, che, dice il protagonista, è uscito da tre anni quando lui si trova a Marsiglia, nota che permette di collocarci nel 1984 circa. È l’epoca del labirinto-biblioteca di Umberto Eco, della nuova narrativa, ma più prosaicamente anche l’epoca delle musicassette e del walkman, che infatti Antonio usa, e di una Francia e una Marsiglia dove la moneta corrente era ancora il franco.
Oltre al già citato capolavoro di Dumas, poi, c’è un altro romanzo che a suo modo segna questa avventura marsigliese, ed è non di un francese, ma di un americano. Si tratta di Francis Scott Fitzgerald, che decide di ambientare l’incipit del suo Tenera è la notte proprio in Costa Azzurra, a Marsiglia. Chiudendo il cerchio con l’esattezza rigorosa della matematica e la sorpresa ritmica del jazz, non stupisce dunque che sia proprio lo stesso Fitzgerald a fornire la chiave di lettura del titolo di questo romanzo con una delle sue citazioni più celebri: “Nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino”.

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Alessandra Chiappori fa la giornalista tra Liguria e Piemonte occupandosi di eventi, cultura e tempo libero. Ha studiato comunicazione e semiotica: i suoi interessi spaziano da Raymond Queneau a Italo Calvino, sul quale ha discusso una tesi di dottorato che indaga i meccanismi di significazione a partire dallo spazio e dalla geografia dei luoghi. Ama la radio, non solo da ascoltatrice. Legge tantissimo e adora scrivere, cose che racconta e su cui si esercita sul suo sito acontrainte.it.

 

Il libro

Luogo: Marsiglia

Genere: Narrativa
Titolo: Le tre del mattino
Autore:
Gianrico Carofiglio
Editore/Anno
: Einaudi, 2017

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