Leggere prima di partire per… il Trentino-Alto Adige/Südtirol. “Eva dorme” di Francesca Melandri

Eva dorme, il primo romanzo della scrittrice Francesca Melandri, già da tempo apprezzata come sceneggiatrice, è la storia di Gerda e Eva Huber, due donne, madre e figlia, ciascuna protagonista di un viaggio: quello di Eva, in senso spaziale, che dal Trentino scende in Calabria per raggiungere un uomo, l’unica figura paterna che abbia mai avuto e che ora, gravemente malato, vorrebbe rivederla un’ultima volta; l’altro, quello di Gerda, è un viaggio temporale, nella Storia, ripercorrendo le vicende di una donna, cresciuta in un modesto maso di montagna e poi divenuta ragazza-madre ripudiata dal padre, la cui storia si va ad incrociare con quella di tutta la popolazione sudtirolese.

"DSC_7146" di kebnekaise, su Flickr

“DSC_7146” di kebnekaise, su Flickr

È infatti la questione altoatesina il filo conduttore del romanzo. L’autrice, grazie a un accurato lavoro di ricerca e a un’abile capacità narrativa, riporta alla luce le vicende che hanno avuto luogo nel Sudtirolo nel corso del Novecento, intrecciando i principali eventi storici con le storie dei suoi personaggi.
E così scopriamo come una popolazione del regno austroungarico si ritrovi, alla fine della Grande Guerra, improvvisamente annessa a uno stato, l’Italia, a cui non si sente di appartenere; scopriamo il dramma dell’italianizzazione forzata e delle persecuzioni fasciste contro la popolazione di lingua tedesca; scopriamo il difficile e lungo processo, segnato da attentati e rivolte, che ha portato al compromesso e alla nascita di quella che oggi è la provincia autonoma di Bolzano.

"Maso" di Martino Pizzol, su Flickr

“Maso” di Martino Pizzol, su Flickr</span

Il tutto punteggiato dalle descrizioni di un paesaggio selvatico del quale sembra quasi di percepire gli odori, quello del fieno appena tagliato o della resina pungente delle conifere. Ci immaginiamo pendii che d’inverno si rivestono di un manto nevoso e d’estate di prati verdeggianti, costellati da masi, malghe e pascoli.

Anche se è aprile, a tarda notte l’aria sa ancora di neve. Ma i larici stanno iniziando a svegliarsi, la resina già risale dalle profondità oscure dei tronchi, e la sua essenza oleosa comincia a diffondersi nell’aria. Aspiro profondamente. In notti d’insonnia come questa, mi ricordo che fortuna sia vivere in un posto che odora di buono. Le stelle pulsano azzurrine, promettendo per l’indomani una giornata bella, ma ancora fredda.

Francesca Melandri, Eva dorme, Milano, Mondadori, 2010, pp. 23-4

"Prato Piazza - Plätzwiese" di Giorgio___, su Flickr

“Prato Piazza – Plätzwiese” di Giorgio___, su Flickr

E sullo sfondo di questo paesaggio incontaminato, avanza l’ombra del “progresso“, lo sviluppo economico che chiede la costruzione di intrusive strutture ricettive e impianti sciistici per sostenere l’orda vacanziera.

Il monumento all’Alpino

Se c’è un luogo significativo per la storia della famiglia Huber e di tutta la popolazione sudtirolese, questo è forse il Monumento all’Alpino a Brunico (BZ).
Fu voluto da Mussolini che, celebrando la Divisione alpina “Pusteria” impiegata nella Guerra d’Etiopia, intendeva rappresentare con esso l’annessione e la violenta italianizzazione del Sudtirolo. La prima scultura, quella inaugurata nel 1938 e scolpita dal padovano Paolo Boldrin, raffigurava un alpino alto sei metri, armato e rivolto verso l’Austria:

Un alpino di granito, dal collo tozzo e le gambe italicamente poco slanciate, volgeva lo sguardo ingrugnato verso i ghiacciai a nord, lì dove da venti anni passava il nuovo confine. L’espressione non proprio brillante di quel soldato di pietra simboleggiava la forza cieca, obbediente e implacabile che l’Italia fascista avrebbe scatenato contro chiunque avesse osato dichiarare che l’Alto Adige non le apparteneva.

Francesca Melandri, Eva dorme, Milano, Mondadori, 2010, p.30

"Bruneck (260)" di János Korom Dr., su Flickr

“Bruneck (260)” di János Korom Dr., su Flickr

La scultura è stata numerose volte oggetto di atti vandalici, come la carica di tritolo che la distrusse nel 1966 e un successivo attentato nel 1979.
Quel che ne rimane oggi è soltanto un busto che tuttora si carica di polemiche e controversie nonostante la targa, apposta nel 2011, ne spiega l’odierno significato:

“L’interpretazione del monumento è controversa. Per alcuni cittadini di Brunico è un simbolo delle truppe alpine, da decenni impegnate nelle forze internazionali di pace e nella protezione civile. Per altri è tuttora un emblema del fascismo, delle sue guerre e dell’oppressione della popolazione locale in quel periodo.  La storia della monumentalistica e le vicende del monumento all’alpino possono essere viste come elementi significativi della più recente storia locale e cittadina, una storia da conoscere per vivere e convivere meglio”

Fonte: http://altoadige.gelocal.it/bolzano/…

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